
L'Unione Europea si trova nuovamente di fronte a un profondo dibattito interno sulle politiche da adottare riguardo agli insediamenti israeliani in Cisgiordania, territori che la maggior parte della comunità internazionale considera illegali secondo il diritto internazionale. Durante il Consiglio Affari Esteri a Bruxelles del 13 luglio 2026, i ministri europei hanno esaminato le opzioni proposte dalla Commissione Europea per limitare o vietare il commercio con questi insediamenti. Le alternative spaziavano da un sistema di licenze di importazione a tariffe doganali elevate, fino a un bando totale dei prodotti.
La discussione ha evidenziato una netta divisione, in particolare sulla base giuridica e sulla procedura di voto necessaria. Kaja Kallas, l'Alta Rappresentante dell'UE per la Politica Estera e di Sicurezza, ha dichiarato che l'opzione di un divieto di commercio ha ricevuto il "maggior sostegno" tra gli Stati membri, sottolineando che la situazione in Cisgiordania è "intollerabile" e compromette seriamente la prospettiva della soluzione a due Stati. Tuttavia, il punto critico resta se tali misure debbano essere considerate "politiche", richiedendo quindi l'unanimità di tutti i 27 Stati membri, o "commerciali", per le quali basterebbe una maggioranza qualificata. Paesi come l'Italia, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, e la Germania, sostengono l'unanimità, mentre Stati più assertivi come il Belgio, i Paesi Bassi, la Spagna e il Lussemburgo spingono per la maggioranza qualificata, con il servizio legale del Consiglio che pare propendere per questa interpretazione per le misure commerciali. Xavier Bettel, ministro degli Esteri del Lussemburgo, ha esortato ad agire senza attendere le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026, definendo un ritardo "vergognoso". L'urgenza della questione è stata rimarcata anche da recenti aggressioni a giornalisti, inclusi italiani, in Cisgiordania, che hanno accresciuto la pressione per una risposta europea.
Al termine del Consiglio, nessuna decisione definitiva è stata presa, e il dossier è stato rimandato agli ambasciatori per ulteriori approfondimenti, con la prospettiva di un possibile nuovo passo entro la fine dell'estate. Questa persistente incapacità dell'UE di agire in modo compatto sulle sanzioni agli insediamenti, nonostante la chiara condanna internazionale della loro illegalità, riflette le complesse dinamiche geopolitiche e gli interessi divergenti tra i suoi membri. Se l'UE riuscisse a superare l'impasse sul voto, l'adozione di misure commerciali significative potrebbe avere un impatto economico notevole sulle esportazioni israeliane, che ammontavano a 42,6 miliardi di euro nel 2024, con un potenziale di sospensione di circa 5,8 miliardi di euro dalle sole restrizioni sui prodotti dei coloni. La spaccatura interna, tuttavia, rende incerto un esito rapido e incisivo. Nel frattempo, singoli Stati come l'Irlanda hanno già proceduto con divieti nazionali di importazione dai territori occupati, seppur con un impatto commerciale limitato.