
A 34 anni dalla strage di Via D'Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992, l'Italia continua a fare i conti con uno dei suoi capitoli più oscuri. Le commemorazioni del 2026 sono state l'occasione per rinnovare il ricordo di Paolo Borsellino, magistrato simbolo della lotta alla mafia, e della sua scorta, composta dagli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, barbaramente uccisi dall'esplosione di un'autobomba a Palermo. Eventi si sono svolti in tutta Italia, da Palermo a Marsala e Crotone, con minuti di silenzio, fiaccolate e dibattiti, per tenere viva la memoria e l'impegno per la legalità.
Quest'anno, le celebrazioni sono state particolarmente intense a causa delle rinnovate e pressanti richieste di verità. Lucia Borsellino, figlia del giudice, intervenendo a Palermo, ha sottolineato come la sparizione della "agenda rossa" del padre – un taccuino dove Paolo Borsellino annotava riflessioni e indagini cruciali – dal luogo della strage, non debba in alcun modo fermare la ricerca della verità. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato e fondatore del "Movimento delle Agende Rosse", che da anni si batte per fare luce sui misteri della strage, ha sostenuto che l'agenda potrebbe essere custodita dai servizi segreti e che la morte del fratello fu un atto per impedirgli di testimoniare su complicità esterne alla mafia nella strage di Capaci. Luigi Patronaggio, procuratore generale di Cagliari, ha anch'egli evidenziato l'esistenza di "misteriosi depistaggi" e la necessità di fare luce su possibili "complicità esterne" a Cosa Nostra, che avrebbero potuto accelerare l'esecuzione di Borsellino. Questi appelli si inseriscono in un contesto di indagini complesse e controverse che, a distanza di decenni, non hanno ancora portato a una verità giudiziaria completa e universalmente accettata sui mandanti e sulle dinamiche della strage.
Le commemorazioni sono state anche teatro di polemiche politiche. Salvatore Borsellino ha rivolto un duro messaggio alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, accusando il suo governo di "distruggere sistematicamente tutti quei mezzi che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano lasciato alla magistratura per permettere di combattere la mafia", come il regime del 41 bis, l'ergastolo ostativo e le norme sulle intercettazioni. La Premier, attraverso i social, ha risposto indirettamente, ringraziando Lucia Borsellino per il riconoscimento al lavoro della Commissione Antimafia, presieduta da Chiara Colosimo di Fratelli d'Italia, nel tentativo di fare luce sulla strage. Queste tensioni evidenziano come la memoria di Borsellino e la lotta alla mafia rimangano temi centrali e spesso divisivi nel dibattito pubblico e politico italiano, con la costante richiesta di trasparenza e giustizia che continua a risuonare.