Immagine generata con AILa situazione dell'ex Ilva di Taranto è precipitata ai primi di agosto, quando i lavoratori dello stabilimento, oggi gestito da Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria (società controllata al 62% da ArcelorMittal e al 38% da Invitalia, agenzia del Ministero dell'Economia), hanno scioperato per otto ore per ogni turno, bloccando la Statale 100. La protesta è la diretta conseguenza di una sentenza della Corte d'Appello di Milano del 29 luglio 2026, che ha disposto lo stop delle attività dell'area a caldo dell'impianto entro novanta giorni. La Corte ha subordinato la ripartenza alla rimozione integrale dell'amianto presente negli impianti e alla riduzione delle emissioni inquinanti, un'operazione considerata dai sindacati e dagli esperti impossibile da realizzare nei tempi stabiliti.
Questa decisione giudiziaria mette a rischio decine di migliaia di posti di lavoro tra dipendenti diretti e indotto, con ripercussioni sulla filiera siderurgica nazionale. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha chiesto la costituzione di una cordata italiana che prenda in mano l'ex Ilva. Questa opzione è preferita dal governo rispetto a offerte estere, come quella presentata dal gruppo indiano Jindal.
Il Ministero delle Imprese coordina la gestione della crisi con una serie di incontri. Martedì 4 agosto è previsto un tavolo tecnico con i sindacati (Fim, Fiom, Uilm, Usb) per affrontare le conseguenze occupazionali. Mercoledì 5 agosto si terrà un incontro per discutere nuovi progetti industriali, seguito da confronti con Confindustria, Federacciai, Federmeccanica e le imprese siderurgiche italiane per valutare le prospettive del settore. Giovedì 6 agosto sarà la volta delle imprese dell'indotto, le più esposte alle ricadute del blocco. La storia dell'ex Ilva è segnata da oltre quattordici anni di interventi straordinari e decreti d'urgenza che non hanno risolto le problematiche ambientali, sanitarie e industriali, rendendo la ricerca di una soluzione definitiva sempre più urgente.