
Dopo quasi due settimane di intensi scontri, il Medio Oriente registra una parziale de-escalation sul fronte Iran-Stati Uniti. Il generale Mohammad Akraminia, portavoce delle forze armate iraniane, ha dichiarato che Teheran ha sospeso le sue operazioni di ritorsione contro Washington, a seguito della decisione americana di interrompere i raid aerei per due notti consecutive. Questo stop statunitense, arrivato dopo una serie di bombardamenti sempre più serrati, è stato influenzato anche dal consiglio dell'ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), che ha ritenuto esaurita l'efficacia della campagna di bombardamenti nello Stretto di Hormuz. Nonostante il presidente americano Donald Trump abbia negato preoccupazioni per la carenza di missili Patriot, alcuni report indicano che questa potrebbe aver contribuito alla decisione di sospendere attacchi su larga scala. L'Iran ha nel frattempo espresso la sua disponibilità a proseguire i negoziati con gli Stati Uniti in sedi come Ginevra, Doha o Islamabad, sebbene il dialogo sia ancora in una fase delicata.
Parallelamente, la Cisgiordania è piombata in un nuovo ciclo di violenze. A seguito di un sanguinoso scontro a fuoco avvenuto venerdì, che ha causato la morte di quattro palestinesi e due israeliani, gruppi di coloni israeliani hanno condotto attacchi in diversi villaggi palestinesi. Nelle località di Qusra, a sud di Nablus, e Kur, a sud di Tulkarem, sono state incendiate due moschee, con le fiamme che hanno avvolto gli edifici sacri. Inoltre, sono state date alle fiamme abitazioni e veicoli, mentre sui muri sono comparse scritte in ebraico inneggianti alla "vendetta". L'esercito israeliano ha risposto con una "massiccia operazione antiterrorismo" che ha portato all'arresto di circa 80 palestinesi in diverse aree della Cisgiordania. A complicare ulteriormente il quadro, il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, ha annunciato l'approvazione di 763 nuove unità abitative nell'insediamento di Eli, una mossa che alimenta ulteriormente le tensioni in una regione già precaria.
Il fermento non si limita a questi due fronti. Gli scontri tra i ribelli Houthi dello Yemen e l'Arabia Saudita hanno registrato una nuova escalation, con i ribelli che hanno rivendicato attacchi contro impianti petroliferi sauditi a Jizan e Yanbu, sul Mar Rosso. Questi attacchi, che includono l'uso di missili balistici e droni, sono una risposta ai raid aerei della coalizione a guida saudita su Hodeida e Kamaran, e rappresentano un tentativo di esercitare pressione attraverso il blocco dello stretto di Bab el-Mandeb. Tale situazione evidenzia la complessa interconnessione delle crisi in Medio Oriente, dove la cessazione delle ostilità in un'area può coincidere con l'intensificazione del conflitto in un'altra, mantenendo la stabilità regionale in un equilibrio estremamente precario e imprevedibile. Le possibilità di una pace duratura rimangono legate alla capacità degli attori regionali e internazionali di trovare soluzioni diplomatiche che vadano oltre le pause tattiche, affrontando le cause profonde delle tensioni.